Nel Sacrario Memoriale sono raccolti i resti degli internati morti nel campo di concentramento fascista di Gonars. Il monumento è stato costruito nel 1973, per iniziativa della Repubblica Federativa di Jugoslavia, su progetto dello scultore Miodrag Zivkovic di Belgrado. Le cripte ospitano le spoglie di 471 persone.

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Scheda storica sul campo di concentramento di Gonars PDF Stampa E-mail
Tuesday 21 October 2008
Il 6 aprile 1941 Hitler e Mussolini invadono la Jugoslavia, che viene smembrata e divisa fra le potenze occupanti.
La Slovenia fu divisa fra Italia (il territorio che diventa Provincia di Lubiana) e Germania.
Già dall’ottobre del 1941 il tribunale speciale a Lubiana pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori.

Con l’intervento diretto dei comandi militari la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggio dei beni, rastrellamento sistematico delle città… Prende corpo il progetto di deportazione totale della popolazione, con il trasferimento forzato degli abitanti della Slovenia, progetto che i comandi militari discussero con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 e che non si realizzò completamente solo per l’impossibilità di domare il movimento partigiano e per la sopravvenuta crisi del fascismo e capitolazione dell’Italia. Infatti la storia del campo di concentramento di Gonars come quella degli altri campi per internati civili jugoslavi termina con l’8 settembre del ’43.
Il campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine, quindi vicinissimo alle zone slovene e croate in cui era già iniziata la guerra di liberazione, fu uno dei luoghi in cui si svolse la grande tragedia dei deportati jugoslavi. Era stato istituito già nel 1941 per prigionieri di guerra, ma in questo senso non fu mai utilizzato, mentre nel marzo del 1942 arrivarono i primi internati civili sloveni. Era costituito da tre settori, circondato da filo spinato, controllato dai carabinieri e da circa 600 soldati e una quarantina di ufficiali. Ai lati nord e sud del vasto spazio recintato, due torri alte sei metri, armate con mitragliatrici puntate verso il campo, con riflettori che di notte illuminavano a giorno il campo e il circondario. Tutto intorno una “cintura” larga due metri, in cui le sentinelle avevano l’ordine di sparare senza preavviso a tutti quelli che la oltrepassavano.
Alla fine dell’estate del ‘42 gli internati erano oltre 6.000, quasi tutti uomini provenienti dalla provincia di Lubiana, dalle città e dai paesi che erano rastrellati dall’esercito italiano per reprimere la Resistenza jugoslava.
All’arrivo i nuovi internati venivano denudati, “disinfestati”, rapati a zero. Ma nonostante la pulizia quotidiana delle baracche tenuta dagli stessi internati, i parassiti si moltiplicavano nei giacigli e addosso agli internati che, a causa dell’indebolimento fisico, giacevano sempre a letto e si lasciavano andare all’apatia. Nell’autunno gli uomini internati a Gonars vennero trasferiti nei campi di Monigo di Treviso e di Renicci in prov. di Arezzo e al loro posto a Gonars arrivarono migliaia di donne, vecchi e bambini provenienti dall’inferno di Arbe/Rab, l’altro grande campo di concentramento istituito nell’estate del ’42, quando la politica di deportazione perseguita dalle autorità civili e militare italiane si intensificò al massimo. La situazione del campo peggiorò ulteriormente e nei mesi successivi si ebbero centinaia di morti.
Il 25 febbraio 1943 ci sono a Gonars circa 6000 internati di cui un terzo bambini.
Ci sono intere famiglie croate e slovene rastrellate soprattutto nel Gorski Kotar, la regione a nord-est di Fiume. Baracche strette e lunghe, da 80 a 130 prigionieri per baracca; baracche praticamente senza riscaldamento o con stufe mal funzionanti, ma molti (specialmente uomini adulti) dormivano in tenda; igiene impossibile per mancanza di tutto; pidocchi, scabbia, erpete e altre malattie. Mangiare del tutto insufficiente, minestrone mezzogiorno e sera, praticamente acqua, un po’ di pane. «La gente è affamata. Ma forse è meglio dire che muore di fame», scriveva il salesiano padre Tomec, come risulta da una sua lettera in data 6 febbraio 1943. «Queste famiglie non hanno nessuno che possa mandargli i pacchi, perché le loro case sono state bruciate e i parenti sparpagliati. (…) Una grande maggioranza di internati è venuta da Arbe (Rab) e sono giunti già esausti, simili a scheletri. (…) Dal 15 dicembre 1942 al 15 gennaio 1943 ne sono morti 161. In media muoiono 5 persone al giorno. (…) Una scena triste viene offerta dalla baracca nella quale ci sono soltanto bambini orfani che hanno perso i genitori ad Arbe o a Gonars».
Un altro campo di concentramento venne istitui all’inizio del 1943 a Visco, e nella primavera c’erano già 4000 sloveni e croati.
Nel monumento ossario del cimitero di Gonars ci sono i resti di 453 persone, ma da diversi documenti i morti nel campo risultanto essere stati oltre 500. Di essi circa un centinaio erano bambini di meno di un anno.


A cura di Alessandra Kersevan
 
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