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| Tuesday 21 October 2008 | |
Una decina di anni fa, nel corso di un’altra ricerca, trovammo nell’Archivio di Stato di Udine una serie di documenti che riguardavano il campo di concentramento di Gonars. Si trattava di stralci di lettere di internati passate per l’Ufficio Censura di Udine, nel periodo novembre 1942-giugno 1943: documenti eccezionali non solo per il contenuto, che rivelava una tragicità delle condizioni di vita in quel campo non immaginata, ma anche sotto l’aspetto storiografico, essendo scritti contemporanei ai fatti, non frutto di memoria o ricostruzione del ricordo. Scritti non per essere testimonianza, assumevano, come documento, un valore tanto più grande. Da allora ci eravamo ripromessi di approfondire la ricerca, consapevoli del fatto che si tratta di un argomento sconosciuto ai più, nonostante che dagli anni Settanta il Comune di Gonars abbia intrapreso una serie di iniziative, prima in collaborazione con le ex autorità jugoslave e poi con quelle slovene, croate e serbe. Nel 1973 per volontà dell’allora Repubblica Federativa di Jugoslavia c’è stata la costruzione nel cimitero di Gonars del Sacrario dove sono contenuti i resti di 453 internati. In seguito ci sono state annuali commemorazioni. È stato anche pubblicato per cura del Comune di Gonars il libro di Nadia Pahor Verri, “Oltre il filo”, interessante per la serie di testimonianze sia di ex internati che di ex soldati del contingente di sorveglianza che contiene. A Gonars la ricostruzione della vicenda del campo di concentramento ha coinvolto anche la locale scuola media, che nel 1993 ha prodotto un ciclostilato frutto di una ricerca con brevi ma interessanti interviste a gente del luogo. Tuttavia, nonostante queste iniziative, del campo di concentramento di Gonars si sa poco o niente, non solo nell’opinione pubblica nazionale, ma anche in quella della regione in cui il campo si trovava. La bibliografia sull’internamento fascista In Italia, nel dopoguerra, sono comparsi studi sui campi di concentramento esistenti in epoca fascista, soprattutto sull’internamento degli antifascisti e quello degli ebrei. Per quanto riguarda i civili jugoslavi c’è stata meno attenzione, ma tuttavia negli ultimi anni non sono mancate le pubblicazioni. È stato studiato specialmente il campo di Renicci, in provincia di Arezzo, da Carlo Spartaco Capogreco e da Daniele Finzi; il campo di Urbisaglia da R. Cruciani. Capogreco ha scritto inoltre una ormai consistente serie di saggi, accanto a quelli sull'internamento degli ebrei, anche su quello di civili jugoslavi. Recentemente, è uscito un testo divulgativo, “I Lager in Italia”, di Fabio Galluccio, una sorta di giro d’Italia dei luoghi dell’internamento nel periodo fascista, di tutte le categorie, antifascisti, ebrei, zingari, jugoslavi, testo agile e nello stesso tempo efficace per un inizio di presa di coscienza a livello di opinione pubblica. Anche la narrativa per ragazzi si è occupata dell’argomento con il bel racconto “L’isola di Rab. 1941-1943” di Frediano Sessi. (1) Possiamo dire, dunque, che da qualche anno c’è un rinnovato interesse, fra gli studiosi italiani, per la vicenda dell’internamento fascista di civili jugoslavi, ma i primi lavori storiografici sull’argomento risalgono già ai primi anni del dopoguerra, anche se in Italia sono poco conosciuti. Già nel 1946, G. Piemontese, pubblicò a Lubiana “Ventinove mesi di occupazione della provincia di Lubiana”, un testo rigoroso e documentato sulla politica di aggressione del governo fascista, e sui crimini di guerra dell’esercito e delle autorità italiane in Slovenia. Nel 1966 la rivista italiana “Resistenza. Giustizia e Libertà” ospitò lo studio di Milica Kacin-Wohinz “L’occupazione italiana della Slovenia”. Nel 1974 Longanesi pubblicò lo scioccante “Santa Messa per i miei fucilati” di don Pietro Brignoli, cappellano di un reggimento della Divisione “Granatieri di Sardegna”, una delle formazioni dell’esercito italiano che agirono con maggior spietatezza nella repressione e nella deportazione delle popolazioni dei territori annessi. Dagli anni '60, inoltre, studiosi soprattutto dell'Università di Trieste o dell'Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste aveva prodotto studi sulla politica di aggressione fascista alla Jugoslavia. Tutti questi testi avevano anche riferimenti alla vicenda dei campi di concentramento. anche se nessuno studio era incentrato precisamente su questo. In Jugoslavia e poi in Slovenia la storiografia sull’occupazione italiana della Provincia di Lubiana e sull’internamento di civili da parte delle autorità italiane è piuttosto vasta. Alcuni testi sono stati anche tradotti in italiano. Nel 1979 l’ANPI di Torino ha pubblicato, “Il campo di sterminio fascista: l’isola di Rab”, di Franc Potoc^nik, su quello che è stato il più tragico fra i campi di concentramento fascisti per internati jugoslavi. Nel 1994 l’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine ha pubblicato “La provincia ‘italiana’ di Lubiana” di Tone Ferenc. Più recentemente di questo storico sloveno sono uscite, anche in italiano, due importanti raccolte di documenti: “Si ammazza troppo poco”, sulla repressione attuata dalle autorità italiane nella Provincia di Lubiana e “Rab, Arbe, Arbissima....”, sulla politica di internamento dei civili della Slovenia. Nella ex Jugoslavia sono stati pubblicati in sloveno anche lavori specifici sul campo di Gonars, dei quali qui ricordo “Teleskop” di Ivan Bratko e “Beg iz Gonarsa” di Joz^e Martinc^ic^, quest’ultimo tradotto, in parte, in “Oltre il filo” di Nadia Pahor Verri. Un rigoroso studio complessivo di tutti i principali campi di concentramento militari per internati civili, fra cui Gonars, è quello di Bozidar Jezernik, “Boj za obstanek” del 1983. Quest’ultimo lavoro in particolare, avrebbe potuto ben colmare già da parecchi anni il gap di conoscenza sulla realtà dell’internamento fascista di civili jugoslavi, ma non è mai stato tradotto in italiano. Difetto di conoscenza e di coscienza collettiva Nonostante che gli studi e le pubblicazioni non siano mancati, la vicenda dei campi di concentramento come quello di Gonars non si è imposta nella coscienza dell’opinione pubblica, e ciò è tanto più incomprensibile dal momento che in tutto il dopoguerra, ma specialmente negli ultimi anni si è parlato molto, anche sui mass-media, della storia del confine orientale e di alcune vicende conseguenti alla seconda guerra mondiale, come per esempio Porzûs o le foibe. Non vogliamo qui entrare nel merito di queste vicende, già trattate da noi altrove, vogliamo soltanto rilevare che, in questi casi, dei fatti storici ripresi e riverberati dai mass media sono diventati patrimonio comune di conoscenza. L’aggressione dell’Italia alla Jugoslavia, l’occupazione della provincia di Lubiana, i crimini che vi furono commessi dall’esercito italiano, la tragedia degli jugoslavi nei campi di concentramento italiani sono invece praticamente sconosciuti. In effetti i libri che ho nominato, a parte il racconto “L’isola di Rab” di Frediano Sessi della Mondadori, sono stati tutti pubblicati da case editrici, con una diffusione o limitata dal punto di vista geografico, o specialistica, o accademica. Dei crimini del nazismo nei vari paesi d’Europa si sa molto, e si è pubblicato molto, se ne è parlato già dall’immediato dopoguerra con Norimberga e in vari altri processi istruiti su singoli eccidi ed efferatezze. Il fascismo e l’esercito italiano hanno invece goduto di una particolare immunità, tanto da “trascinare” con sé in questo buco della memoria anche molti dei responsabili nazisti di crimini di guerra in Italia, come testimonia la vicenda delle “stragi nascoste” emersa dopo il reperimento del cosiddetto “armadio della vergogna”, in cui per quasi sessant’anni sono stati nascosti i documenti che testimoniavano degli eccidi nazifascisti in Italia dopo l’8 settembre. (2) Anche i crimini italiani nei paesi occupati prima dell'8 settembre sono stati completamente nascosti, e i criminali di guerra italiani non sono stati perseguiti. Particolarmente significativa è la vicenda del documentario della BBC, di Michael Palumbo e Ken Kirby dal titolo “Fascist Legacy”, l’eredità fascista, sui crimini di guerra italiani, i cui diritti furono comperati dalla RAI già negli anni Ottanta, ma che non è stato dalla RAI mai trasmesso. Solo recentemente su una televisione privata, LA7, si è potuto vederlo, ma in un orario notturno, in bassissima fascia d’ascolto. Alcuni anni fa la storia del campo di Gonars è apparsa sulle pagine dei giornali nazionali, quando il Presidente Ciampi, dopo essersi recato personalmente alla Risiera di San Sabba e sulla foiba di Basovizza, ha fatto mandare una corona al Sacrario dei morti nel campo di concentramento, nel cimitero di Gonars. Anche questo gesto, tuttavia, non è stato sufficiente a far uscire questa storia dalla conoscenza (relativa) degli addetti ai lavori. In effetti manca intorno al campo di concentramento di Gonars, e ai campi di concentramento fascisti in generale, quell’interesse istituzionale e massmediatico che in questi decenni ha fatto invece entrare, più o meno meritatamente, nella coscienza collettiva altri fatti della guerra. Una ricerca d’archivio Con la presente ricerca sul campo di concentramento per internati civili di Gonars, ci proponiamo di contribuire a diminuire questo difetto di conoscenza e consapevolezza. È stata una ricerca soprattutto d’archivio, mentre per quanto riguarda le testimonianze dirette ci siamo basati sulla relativamente abbondante memorialistica esistente. La scelta di privilegiare la ricerca d’archivio, deriva, oltre che dalla distanza temporale che rende problematica la raccolta di nuove testimonianze dirette, da considerazioni che potremmo definire geopolitiche, in quanto in una regione come il Friuli-Venezia Giulia, nonostante l’Europa e la nuova apertura dei confini, stenta a maturare una visione non manichea e priva di pregiudizi dei rapporti storici e politici con Sloveni e Croati. La lettura dei documenti, il loro confronto, la loro analisi, di documenti per la gran parte di fonte militare o governativa italiana, o ecclesiastica, crediamo possa arginare quelle polemiche gratuite che sorgono ancora quando si parla delle responsabilità fasciste o italiane nelle terre del confine orientale e possa aiutare a vincere l’incredulità che sempre accompagna questi argomenti. La nostra ricerca, partita dall’Archivio di Stato di Udine, è continuata in vari archivi locali, dal Comune di Gonars all’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, all’ANPI di Udine, all’Istituto di Cultura Slovena di Trieste, è continuato a Roma, nell’Archivio del Ministero dell’Interno e in quello dello Stato Maggiore dell’Esercito, e nell’Archivio di Stato a Lubiana, dove ci sono i documenti della 2^Armata e dell’Alto Commissariato, le due autorità responsabili della repressione e della deportazione delle popolazioni slovene e croate. Si è arricchita ed intergrata, naturalmente, con le ricerche e gli studi già esistenti. Abbiamo cercato, soprattutto per motivi di tempo, di limitare la ricerca alle carte che riguardavano il campo di Gonars, ma necessariamente si intersecavano con la storia dell’internamento più in generale, e con quella di altri campi. È per questo che l’esposizione della ricerca, nel presente testo, è divisa in due parti: la prima per un inquadramento generale del contesto in cui avvenne la deportazione, con l’aggressione alla Jugoslavia e la politica dell’internamento fascista. La seconda, più corposa, riguardante Gonars più in particolare. Nei vari capitoli citiamo ampiamente i documenti, perché ci sembrano più efficaci le parole effettivamente scritte e dette, piuttosto che la loro parafrasi. In qualche caso un documento viene citato in diversi capitoli, in quanto esemplifica aspetti diversi del problema. Il campo di Gonars: una faccenda tutta italiana È una storia tremenda, quella che andremo a raccontare, una storia che non può essere minimizzata, e che richiede una presa di coscienza collettiva, e un suo inserimento nel patrimonio conoscitivo anche delle nuove generazioni. Abbiamo fatto una breve analisi dei principali testi divulgativi e dei testi di storia delle scuole superiori per quanto riguarda l’aggressione alla Jugoslavia. In tutti i testi consultati non si nomina la partecipazione dell’esercito italiano all’aggressione, se non, in qualche caso, indirettamente sotto la dicitura “forze dell’Asse”. Di campi di concentramento per civili sloveni e croati non c’è traccia. I campi di concentramento italiani sono presi in considerazione solo in riferimento all’occupazione nazista, dopo l’8 settembre. (3) Significativo a questo proposito un passo di un articolo, per altri versi interessante, comparso il 17 ottobre 2002 sul maggiore quotidiano friulano (“Il Messaggero Veneto”). Titolo: “Una voce ebrea dal Terzo Reich”: “... Potrebbe sembrare storia lontana ma merita ricordare, cosa ormai rimossa dall’immaginario collettivo, che le nostre terre, il Friuli-Venezia Giulia, dal 15 ottobre del 1943 al 1945 non era più Italia, ma semplicemente Küstenland, Terzo Reich... Nella nostra regione sono stati realizzati in quegli anni campi di concentramento e di sterminio come a Gonars e alla Risiera di Trieste, ma anche centri di tortura come a Palmanova. Eravamo Terzo Reich a tutti gli effetti....”. È meritoria, naturalmente, la volontà dell’autore di ricordare la tragedia del campo di Gonars, ma associando Gonars alla Risiera di San Sabba si situa la vicenda del campo nel periodo dell’occupazione nazista; invece Gonars è una faccenda tutta fascista e italiana, nazisti e tedeschi in questo caso non c’entrano niente. Il campo di Gonars, infatti, comincia a funzionare nella primavera del 1942, e si svuota dopo l’8 settembre 1943, quando anche il suo contingente di sorveglianza, come tutto l’esercito italiano, si scioglie. In questi diciotto mesi vi morirono almeno 420 persone, 365 fra novembre ‘42 e marzo ‘43. Tutto lascia pensare che se non ci fosse stata la caduta del fascismo e la capitolazione dell’esercito italiano, e se quindi la politica di internamento fascista fosse continuata anche negli inverni di guerra successivi, tenuto conto del peggioramento progressivo delle condizioni di vita generali e delle risorse disponibili, i morti nel campo di Gonars avrebbero raggiunto numeri a quattro cifre. Dico questo perché un diffuso atteggiamento nostrano autoassolutorio ama basarsi sul confronto con i campi di concentramento nazisti, quando addirittura non si tirano in ballo i campi di concentramento staliniani. È un confronto che può essere fatto, naturalmente, come si sono fatti studi su somiglianze e differenze fra fascismo e nazismo o altri sistemi totalitari, ma che può avvenire soltanto “dopo” che la storiografia abbia fatto un’esauriente disamina della questione dell’internamento fascista, stabilendo il “quanto”, il “dove”, il “come”, il “perché”, il “chi”, altrimenti mancano i termini di confronto. Il quanto, cioè quanti siano stati gli Sloveni e i Croati, gli ex Jugoslavi in genere, internati dal fascismo, e quanti siano morti. Questo aspetto è stato affrontato in alcune ricerche slovene e jugoslave, ma manca una ricerca sistematica complessiva da parte italiana. Il dove: negli ultimi anni, attraverso i più recenti studi anche in Italia, stanno emergendo i nomi dei numerosi campi di concentramento italiani. In questo libro, in appendice, pubblico un aggiornamento degli elenchi che si trovano su altre pubblicazioni, con i luoghi emersi dalle mie ricerche, distinguendo fra campi sottoposti all’autorità civile, e quelli sottoposti all’autorità militare, come quello di Gonars. L’indeterminatezza del numero e dei luoghi deriva da un atteggiamento autoassolutorio dello stato italiano, dalle particolari condizioni politiche internazionali del dopoguerra, con la Guerra Fredda e la localizzazione di Italia e Jugoslavia in due parti opposte dello schieramento e il lungo contenzioso fra i due stati riguardo alla determinazione del confine orientale. Il superamento attuale di quella situazione dovrebbe creare un clima più adatto alla ricerca. Il come: l’internamento di decine e decine di migliaia di Sloveni e Croati, donne, vecchi e bambini, oltre a uomini adulti, è avvenuto dopo rastrellamenti sistematici del territorio della Venezia Giulia e delle Province annesse dopo il 1941, con rappresaglie su intere popolazioni, fucilazioni di ostaggi, incendio e distruzione di interi villaggi, massacri e stragi (4). L’internamento è avvenuto in campi attendati, o con baracche mal riscaldate, con un’alimentazione insufficiente e condizioni igieniche precarie che hanno portato alla diffusione nei campi di gravi malattie e comportato immani sofferenze. Questo è comunque l’aspetto su cui è facile trovare un’abbondante documentazione, basta esaminarla. Il perché: il fascismo, ma anche lo stato italiano prefascista, ha condotto una politica estera di espansione nella penisola balcanica, sia a nord, sul confine orientale, sia a sud, lungo l’Adriatico, in Dalmazia, in Albania, in Montenegro, riesumando in chiave imperialistica la storia della Repubblica di Venezia, e considerando come terre italiane tutte quelle su cui in qualche momento storico Venezia aveva esercitato un qualche predominio o influenza, prescindendo da tutto ciò che era successo nel corso dei secoli, i mescolamenti di popolazione, i cambiamenti di dominazione ecc. Questa politica è stata supportata da un vero e proprio comportamento razzista da parte dello stato italiano e delle istituzioni locali nei confronti delle popolazioni “slave” in generale, comportamento iniziato già con lo stato postrisorgimentale e poi portato alle estreme conseguenze in epoca fascista, arrivando a progettare la sostituzione delle popolazioni “allogene” con genti di altre parti d’Italia (5). Il dominio italiano su quelle terre passava soltanto attraverso l’annientamento della resistenza delle popolazioni locali. A ciò è servita la politica di internamento. In appendice pubblichiamo alcuni documenti che lo testimoniano. Il chi: questo è uno degli aspetti cruciali. La politica di internamento è stata ordinata, progettata ed attuata da persone ben precise, comandanti militari e autorità civili, che mai hanno pagato per questi loro crimini. La foto del gen. Roatta è appesa alle pareti dell’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Come se nelle sedi dell’esercito tedesco ci fosse la foto di Kesserling. I nomi dei criminali di guerra indicati alla commissione alleata per i crimini di guerra dai vari paesi invasi dall’Italia, giacciono ancora negli armadi dell’ONU. Lo storico Michael Palumbo li ha in parte pubblicati, ma erano quelli dei piccoli criminali di guerra. In appendice IX pubblichiamo i nomi che la Iugoslavia presntò alla Commissione alleata per i crimini di guerra. GOLGOTA GONARS freddo intenso, senza stufa / non riceviamo la posta nel nostro cuore la nebbia freddo intenso mancanza di cibo fame e freddo / non siamo colpevoli di niente gli uomini muoiono di fame periremo dal freddo e dalla fame periscono anche i giovani, / freddo intenso non riceviamo notizie il corpo mi trema scarso cibo, freddo, baracche senza stufa periscono anche i giovani, come le pannocchie la gente comincia a gonfiarsi e muore / nudi e affamati ogni giorno / cominciano a gonfiarsi e perdono la vista, poi muoiono / anche mio figlio / fame e freddo fame e freddo / voglia di farla finita muoiono specialmente gli uomini e i bambini freddo e fame e pidocchi moriamo dal freddo e dalla fame il corpo mi trema... mia figlia è morta in Arbe pelle e ossa qui è morto anche mio padre / con altri dodici uomini freddo, debolezza / ogni giorno siamo in meno meglio morire mio padre è morto con altri dodici / morremo anche noi coperte umide e freddo, pelle d’oca e ammaccata nudi e scalzi è un orrendo Golgota il nostro per fortuna che la mamma è morta qui è scoppiato il tifo siamo terribilmente affamati il mio bambino è così debole... un qualche aiuto anche pane raffermo... non so se ci rivedremo Le INTERNATE DI GONARS inverno 1942-43 tratto da "un campo di concentramento fascista " Gonars 1942-1943 |
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