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Da http://archiviostorico.corriere.it/
LIBRI NERI Riemerge fra le polemiche un lager fascista in cui morirono migliaia di deportati. Dalla Slovenia l' accusa: fu un vero campo di sterminio Arbe, un inferno italiano dimenticato Riemerge fra le polemiche un lager fascista in cui morirono migliaia di deportati. Dalla Slovenia l'accusa: fu un vero campo di sterminio Arbe, un inferno italiano dimenticato DAL NOSTRO INVIATO I ISOLA D'ARBE (Croazia) l lager di Kampor, l'inferno italiano dimenticato, riemerge dopo 55 anni di silenzio ufficiale su quest'isola lontana e aspra, bruciata d'estate e spazzata durante l'inverno da raffiche gelide di bora. Riemerge sotto forma di polemica internazionale, ma qui nulla o quasi e' rimasto a testimoniare il passato. Soltanto un cimitero con 1.445 tombe, le vittime accertate della brutalita' fascista, e un ospedale psichiatrico all'interno di quella che fu la prigione del Quarto Settore, dove venivano rinchiusi i prigionieri piu' ostinati e quelli destinati alla rieducazione.
Sloveni soprattutto, ma anche croati ed ebrei. Sul numero effettivo delle vittime si discute da tempo, benche' ora la presentazione di due libri sull'eccidio sembri avvicinarci a una cifra piu' lugubremente realistica: oltre quattromila, secondo la stima del vescovo di Veglia, Giuseppe Srebrnic, senza contare altre centinaia di persone che vennero mandate a morire altrove, soprattutto nel campo friulano di Gonars. La presentazione dei due libri, e le commemorazioni ufficiali sui luoghi dell'eccidio, sono avvenute nei giorni scorsi proprio ad Arbe: furono le notizie sulla smobilitazione italiana seguita all'8 settembre, e la comparsa dei partigiani, a convincere i guardiani fascisti alla resa, liberando gli internati dopo una trattativa incruenta durata tre giorni. La vicenda pesa ancora come un macigno sui rapporti fra Italia e Slovenia, ostacola le relazioni con la Croazia, avvelena i ricordi dei vecchi e rischia costantemente di far esplodere un caso internazionale. Due, soprattutto, i motivi. Il primo e' l'assenza di qualsiasi riconoscimento, anche simbolico, da parte del governo italiano, che mai ha inviato un suo rappresentante alle cerimonie organizzate ogni due anni dagli ex combattenti sloveni e croati sul luogo dell'eccidio. "Puo' darsi che i tempi non fossero ancora maturi - ammette Anton Vratusa, gia' primo ministro sloveno ai tempi di Tito e oggi autore di uno dei due memoriali sul lager presentati ad Arbe -. Ma adesso deve esserci un segnale di cambiamento. Invito ufficialmente gli italiani a essere presenti la prossima volta, nel settembre del Duemila". Non tutto, pero', si puo' risolvere con un atto di buona volonta'. Perche' e' anche vero che la gravita' dell'accusa ai militari italiani, quella di avere organizzato un autentico campo di sterminio in stile nazista, richiede un esame storico e intellettuale, prima ancora che politico. Soprattutto impone di rispondere all'interrogativo di fondo. Gli ordini di Mussolini, quelli del generale Mario Robotti, che comandava l'XI Corpo d'armata in Slovenia, e degli altri ufficiali giu' fino al responsabile del campo di Arbe, erano davvero di sterminare i prigionieri come facevano gli aguzzini di Hitler ad Auschwitz o a Dachau? Oppure le condizioni durissime rientravano in una sia pur spietata logica di guerra, aggravate poi da disorganizzazione, pessime condizioni ambientali e dagli eccessi criminali commessi da singole persone? Per tentare di rispondere bisogna inquadrare la tragedia nel contesto della guerra. Partendo dal 6 aprile 1941, quando le forze armate dell'Asse irruppero nel territorio jugoslavo, spartendosi le zone di influenza. All'Italia ne tocco' una gran parte, che fu annessa al Regno come "Provincia di Lubiana". Segui' una serie di leggi, bandi e decreti nel lugubre stile in cui tutte le guerre del secolo ci hanno ormai abituato. Ordini di fucilazione immediata per chi tentava di passare la frontiera, istituzione di tribunali politici, perquisizioni a tappeto, infine deportazioni in vari campi di concentramento per gli individui considerati pericolosi o sospetti, incluse le loro famiglie con donne e bambini. Furono partenze frettolose, gli arrestati venivano avviati ai campi in abiti leggeri e inadeguati alle future condizioni di prigionia, rinchiusi in carri bestiame e scaricati nelle baracche disseminate soprattutto in Venezia Giulia, Friuli e Dalmazia. Ma il lager peggiore di tutti fu proprio quello di Arbe. Gia' la definizione che ne aveva dato il generale Robotti, "Arbe - arbissima", stava a indicare l'eccezionalita' delle sue condizioni. Seimila persone, che col tempo diventarono quasi il doppio (e quasi il triplo quanti vi passarono destinati ad altri luoghi), furono costrette ad ammassarsi in tende e baracche, con pavimenti fatti di terra umida, poca paglia per letto, una sola coperta e niente riscaldamento, vitto insufficiente, insetti e fango dappertutto, la tortura del palo per chi trasgrediva le regole. Sono testimonianze di fonte sicura, perche' italiana o di parte cattolica, che i libri di Anton Vratusa Dalle catene alla liberta', e quello di Ivan Kovacic, Kampor 1942 - 43, documentano in modo inoppugnabile. Tanto piu' che vengono confermati da Joze Pirjevec, uno studioso dell'Universita' di Padova, e da un'altra storica slovena che ha pubblicato vari saggi in Italia: Milica Kacin - Wahinz. In quelle condizioni, insomma, non c'e' da stupirsi che i morti si moltiplicassero, spesso a ritmo di una trentina al giorno. Lo scopo dichiarato e' contenuto in una frase di Mussolini riferita dal generale Robotti: "Sono personalmente convinto che ora al terrore ispirato dai partigiani debba sostituirsi il terrore di noi". E ancora: "Mettiamoci bene in testa che questa gente non ci amera' mai. Quindi nessuno scrupolo". Morirono donne, vecchi, bambini, e ci furono vicende toccanti, come quella della mamma slovena che tenne nascosta la morte di un figlioletto per non perdere la razione alimentare che avrebbe consentito la sopravvivenza agli altri. Ma non mancarono episodi di umanita' e solidarieta' con le vittime, soprattutto da parte di medici e soldati di truppa. Pero' il nodo piu' terribile resta da sciogliere: gli italiani agirono davvero per sterminare? Ne e' convinto Anton Vratusa, sia perche' il cimitero del lager di Kampor venne costruito subito, quando ancora i prigionieri dovevano arrivare, e poi a causa del carattere dichiaratamente "punitivo" della deportazione ad Arbe. Pesa sull'altro piatto della bilancia il fatto che molti detenuti vennero liberati, e spesso una volta tornati a casa si unirono alle forze partigiane. Difficile immaginare che ai prigionieri di Auschwitz o Dachau si fosse riservato un simile trattamento. Inoltre i documenti dimostrano come le stesse autorita' militari e politiche italiane non fossero per nulla d'accordo sull'efficacia dei metodi e sulle stesse finalita' delle deportazioni. Per cui la finestra sul passato che finalmente viene spalancata ad Arbe ne richiama altre ancora serrate: quella che continua a nascondere, ad esempio, la tragedia di tanti italiani assassinati nelle foibe del Carso dai partigiani di Tito. E, orrendo simbolo dell'eterna malvagita' umana, il silenzio che ancora avvolge Goli Otok, l'Isola Calva a un passo da Arbe, dove il regime di Tito, a guerra conclusa, torturo' e uccise migliaia di oppositori. Nei ruderi di quel gulag i corpi delle vittime attendono ancora il privilegio di essere ricordati. Dario Fertilio Fertilio Dario |